I grandi maestri...
Continuiamo la
nostra passeggiata tra le sale delle Gallerie dell’Accademia di Venezia per esplorare, seppur superficialmente nei limiti di un post, uno dei periodi più entusiasmanti della pittura, ed in generale di tutte le manifestazioni artistiche, nella Perla dell’Adriatico: il Rinascimento.
Molti furono gli esponenti di spicco di quest’epoca, tutti degni di attenzione e studio. Tre però furono le stelle che brillarono in modo accecante, tanto da oscurare molto di ciò che avevano intorno:
Tiziano Vecellio,
Paolo Veronese,
Jacopo Tintoretto.
La svolta: Giorgione da Castelfranco
Merita sicuramente una menzione (e in verità molto di più) un pittore eccezionale, chiave di volta della transizione
tra il primo Rinascimento e quello maturo: Giorgione.
Nacque a Castelfranco e morì a Venezia ancora in giovane età: questo è pressoché ciò che conosciamo della sua biografia. Ci appare infatti come un
personaggio sfuggente, per molti versi avvolto nel mistero, come pure
resta in parte misteriosa la sua opera, dal momento che Giorgione non era solito firmare i suoi lavori, e pertanto il suo catalogo certo è necessariamente molto ristretto.
Sappiamo che fu allievo di Giovanni Bellini ma ben presto fondò una sua bottega.

La Tempesta, Giorgione
Una delle sue opere più celebri è senza dubbio
La Tempesta, dipinta all’alba del XVI secolo per il nobilhomo Gabriele Vendramin. Rappresenta un
soggetto alquanto enigmatico: chi sono le figure nel paesaggio? E che significato simbolico possono avere i diversi edifici presenti, dalle rovine romane agli elementi medievali fino poi a quelli rinascimentali?
Forse queste e molte altre domande sono destinate a rimanere senza risposta… ciò che però colpisce è l’atmosfera greve
con un fulmine proprio in mezzo al cielo, un’assoluta novità a quell’epoca. Qui forse è
la natura che sovrasta il genere umano, e non viceversa: è una natura in cui tutto appare laico, terrestre, che avvolge i personaggi in quanto manifestazione naturale e non in quanto protagonisti della scena.
Il grande Tiziano
Anche Tiziano nacque fuori Venezia, e precisamente a
Pieve di Cadore, dove tuttora si conserva la sua casa natale. Giunse ragazzino nella capitale della Repubblica e fu messo a bottega di Gentile Bellini in un primo tempo, per poi passare sotto Giovanni Bellini ed infine approdare presso il
Giorgione, con cui collaborò alla realizzazione degli
affreschi esterni del Fontego di Tedeschi nei primi anni del ‘500 (affreschi di cui restano poche tracce in pessimo stato di conservazione). Molteplici furono le influenze che il giovane Tiziano seppe cogliere e trasformare in modo personalissimo in quegli anni, tanto da divenire uno dei maggiori pittori del Rinascimento.
La Pietà, Tiziano
Uno dei più importanti dipinti di questo maestro conservati alle Gallerie dell’Accademia è senza dubbio
La Pietà.
Ultima opera del Tiziano, lasciata incompiuta alla sua morte che lo colse in tardissima età, fu dipinta dal maestro per sé stesso, e più precisamente per la sua tomba: aveva infatti chiesto, in quanto pittore ufficiale della Repubblica Veneta oramai da decenni, di essere sepolto presso l’Altare della Croce nella basilica dei Frari.
La pala colpisce non solo per le sue notevoli dimensioni ma soprattutto per la tecnica pittorica e per il modo in cui il soggetto religioso è trattato. I colori sono piuttosto
cupi, stesi a pennellate larghe,
senza ben definire i contorni delle figure, con una tecnica probabilmente troppo moderna per essere davvero recepita dai contemporanei (ma questa tecnica arriverà ad influenzare più di duecento anni dopo pittori come Velásquez, Monet e Manet).
In una scena pervasa dal silenzio e dall’incredulità degli astanti alla morte di Cristo, la
figura femminile a sinistra (probabilmente la Maddalena) si volta emettendo un urlo straziante… questo è uno dei pochi dipinti in cui effettivamente
i personaggi parlano, esprimendo tutti i loro sentimenti. Che dire della figura dell’uomo anziano sulla destra, che sembra scuotere il braccio di Gesù, quasi a volerlo risvegliare? Ebbene, si tratta dell’ultimo autoritratto del maestro,
un ritratto al tempo stesso impietoso ed eloquente.
Palpabile eleganza: Paolo Veronese
Paolo di cognome faceva Caliari, ma essendo originario di Verona appena giunto in città gli fu attribuito il soprannome Veronese, con cui divenne noto nel corso dei secoli. Formatosi nella
terraferma veneta, anch’egli giunse nella ricca Venezia per praticare la sua arte (peraltro Paolo era non solo pittore ma anche architetto) ed ovviamente entrò in contatto con il più anziano Tiziano Vecellio.
I suoi colori sono
brillanti, vividi, quasi avesse rubato la tavolozza ai mosaici di San Marco; il suo stile è inconfondibile, ricco di scenari architettonici imponenti e di minuziosi dettagli.
L’ultima cena, o Convito in casa di Levi, Veronese
Il Convito in casa di Levi, che occupa un’intera parete di una enorme sala delle Gallerie, fu originariamente dipinto per il refettorio del convento dei Santi Giovanni e Paolo come
Ultima cena. Una vera e propria
festa sembra svolgersi in un’ambientazione architettonica squisitamente rinascimentale: gli invitati sono tanti, diversi per estrazione sociale e provenienza (ricchi o meno abbienti, vestiti alla turchesca o alla
todesca o ancora alla veneziana), le stoviglie sul tavolo ricordano quelle che nel ‘500 si potevano trovare nelle ricche case di Venezia, persino diversi animali prendono parte all’evento.
I colori luminosi, circonfusi di una luce serotina, dominano la scena. Nei
dettagli si esplica il virtuosismo di questo maestro, che riesce a rendere con notevole eleganza forme e materiali: dal marmo al vetro, fino alle stoffe di diversa qualità rappresentate con vivido realismo.
Con il titolo di Ultima Cena l’enorme telero fu rigettato in quanto poco convenzionale, ed attirò su di sé l’attenzione del
Santo Uffizio, dal quale Paolo alla fine si smarcò mutando il titolo in Convito in casa di Levi.
Il teatro in scena: Jacopo Tintoretto
Anche per il terzo grande maestro, unico, fra quelli qui presentati, ad essere nato a Venezia, i compatrioti trovarono un degno soprannome: di cognome faceva Robusti, ma essendo figlio di un tintore divenne noto come
Tintoretto. Osteggiato dal grande e potente Tiziano, e comunque particolarmente burbero di carattere, non si impose immediatamente nella scena artistica veneziana, per divenire però poi in breve tempo uno dei pittori più apprezzati.
Non si può esaurire in poche parole la descrizione del suo
stile vorticoso, del suo colore inconfondibile, dell’uso sapiente
delle luci e delle ombre a sottolineare particolari significati all’interno delle sue opere. Possiamo però riassumere un discorso che necessariamente sarebbe lungo dicendo che l’essenza dell’opera del Tintoretto è l
a teatralità: come un sapiente scenografo, il maestro costruisce le sue scene con particolare attenzione alle luci, alla
disposizione dei personaggi sul palcoscenico, alla recitazione.
Il Miracolo dello schiavo, Tintoretto
Commissionato dalla Scuola Grande di San Marco, il
Miracolo dello schiavo è un capolavoro assoluto. Uno schiavo, in procinto di essere punito per aver venerato San Marco, è steso a terra, circondato dai suoi aguzzini, ma all’improvviso entra in scena
San Marco stesso,
deus ex machina della situazione: gli strumenti di tortura si spezzano, gli astanti balzano stupiti e concitati all’arrivo inatteso del Santo…
lo schiavo è salvo!San Marco è inserito nella scena con uno
scorcio davvero ardito, che rende perfettamente l’idea della repentinità del suo volo, ed è inoltre portatore di luce, quasi si trattasse di un riflettore che illumina il palco.
La struttura del dipinto, a
cerchi e diagonali parallele o intersecantisi, è particolarmente complessa e contribuisce a rendere
l’idea del movimento. Vi aspettiamo per farvi scoprire queste e molte altre opere dei maestri del ‘500 veneziano. Sarà una passeggiata emozionante e appassionata, ciao!
Contatti:
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